Inseparabile, la nostra vita

di Rita Vitrano

www.ioinrelazione.it

“Le cose capaci di turbare l’essere umano sono milioni. Nascono da una frattura per cui la vita smette di essere semplicemente la vita (vedere, udire, toccare, odorare, pensare); ci dissociamo dal tutto indiviso perché ci sentiamo minacciati. La vita si sposta laggiù mentre io sono qua e ci penso sopra. Non costituisco più un tutt’uno con la vita; laggiù si è prodotto un evento spiacevole e io qua, ci penso per trovare una via di fuga dalla mia sofferenza.

Se smettiamo di cercare, cosa ci resta? Ci resta ciò che è sempre stato qui, al centro. Dietro alla ricerca c’è l’angoscia, il disagio. Quando lo capiamo, vediamo che il punto non è la ricerca ma l’angoscia e il disagio che spingono a cercare. Capire che cercare all’esterno non è la via, è un momento magico. Ci rendiamo conto che qualunque cosa cerchiamo, saremo sempre delusi. […]

[…] A questo punto l’osservatore, o il testimone, scompare. Perché l’osservatore alla fine scompare? Quando niente vede niente, cosa resta? La meraviglia della vita. Nessuno è separato da nulla. C’è soltanto la vita che vive: udire, toccare, vedere, odorare, pensare. È lo stato dell’amore o compassione”.

Charlotte Joko Beck

…vedere, udire, toccare, odorare, pensare, ossia la Vita, dice Joko Beck.

Cose del Corpo, il nostro onesto luogo di esistenza, materia e forma. Il nostro fedele qui e ora. La parte di noi che per prima appare in nascita ai nostri occhi… poi arriva il pensare.

Un “poi” più figurativo che reale, in verità, perché in effetti tutto in noi è compresente, è inseparato. Anche quando non vediamo ancora, l’essenza ha già dato l’intenzione al processo. Le sensazioni, quelle percepite senza sapere come, e quelle mediate dai sensi, sono nelle prime onde… poi il pensiero le mette in relazione e diventano anche conoscere e riconoscere.

In arte si dice che una fra le principali differenze fra architettura e scultura è lo spazio, la prima vi si costruisce intorno, lo contiene all’interno; la seconda si esprime nel suo venire collocata in un esterno. Dentro non è cava, è materia piena.

Il corpo vivente è il prodigio che fa coesistere gli elementi, è un’architettura capace di movimento sia esterno sia interno, è una scultura che raccoglie pienezza e vuoto nel suo ospitare la Vita.

A tutto questo segue la mente… e da questo punto “che segue” ci completa. Da altri punti ci separa.

Quando in noi il passato, l’ansia mentale per il possibile “e se…” che in genere non si manifesterà…, quando il rimuginare turbamenti che ci sorprendono anche nel sonno al più lieve movimento di posizione, come se quegli ingranaggi non si fermassero mai, non conoscessero silenzio e riposo, quando restiamo in questi grovigli qualcosa di fondamentale in noi resta separato.

Quello che stiamo vivendo oggi, socialmente e individualmente -anche questo è indissolubilmente legato-, parla tanto di separatezza, di fili spezzati, di angosce per ciò che ci sorprende impreparati.

Siamo impreparati innanzitutto perché l’essere umano ha dimenticato l’esercizio ritmico del ricevere e del lasciar andare, dando per scontato che tanto di ciò che lo fa sentire comodo è a un passo da un telecomando, che molte false sicurezze sono garantite; che possiamo controllare e gestire. Gestiamo anche la “ricerca di noi stessi”, i sentimenti. Ottimizziamo i tempi e non viviamo il ritmo del tempo; il respiro, il dialogo fra espressione e ascolto, la connessione con la natura che è tutta creata da espansione e contrazione.

L’antropologo Lèvi-Strauss parla del bisogno di “ascoltare la crescita del grano”, ossia incoraggiare le potenzialità segrete (“Razza e storia”, 1952).

Quelle spesso non sono misurabili, l’ascolto non è mai oggettivo, e invece oggi ci guida troppo un guardare ciò che solo alcuni quantificano come evidente e scientifico.

Diventa comodo per l’angoscia, per non sentire disagio, farci guidare da questo, deleghiamo anche il pensiero critico e restiamo impreparati e separati.

Ma lì dove la scienza vede una cellula, il cuore di ciascun essere umano vede una vita.

Charlotte Joko Beck è stata un’insegnante Zen e autrice di diversi libri sull’impronta di questa filosofia. Ma come con ogni altro autore, ciò che offre può essere rivisitato e integrato da altri sguardi. Non tutti seguiamo la disciplina Zen e la via mistica, ma in tutti noi vive la necessità di confronto con la nostra dualità. Quel puntino che, al centro del ritmo, unisce i due aspetti delle polarità in noi è quell’istante capace di farci sentire l’unione, la comprensione degli opposti. Lì si apre a noi la meraviglia della vita. È scomparso il testimone giudicante, abile a portarci nella frustrazione, nell’immobilismo, nella dipendenza. Iniziamo a lasciare quello stato del sentirci impreparati. La ricerca, la trasformazione possono avvenire in noi. Non siamo noi che le controlliamo e gestiamo, semplicemente noi siamo dentro quegli istanti di miracolosa meraviglia e questo ci rende vivi, ci arricchisce di potenzialità in grado di essere vissute, di forze virtuose che ci aiutano ad affrontare i più sconosciuti e inaspettati momenti dell’esistenza.

Il corpo ci fa cercare l’Altro, restare unito agli altri, perché in questo divenire abbiamo bisogno di altri corpi, di altri esseri, di altri sguardi, del volto di qualcun altro, del suo calore, del tocco, delle sue parole. Anche del miagolio del gatto, dello scodinzolare dei cani, della Natura.

Mentre la buona scienza segue i processi di intuizioni e saperi al servizio di un essere umano sempre più complesso, evoluto, intelligente creando strumenti a favore della vita, ciascuno di noi può avere cura, attenzione, cuore per restare connessi a ciò che silenziosamente ci mantiene vitali nella nostra interiorità. Non c’è separatezza fra l’intuizione e l’esperienza, fra la storia e il futuro, fra l’immaginazione e il pensiero, fra un popolo e un altro…. E tutto può essere sentito e compreso solo nel corpo, con i sensi, con ogni parte di noi.

Al centro del corpo un cuore pulsante di vita, visibile e invisibile, materia e spirito, il primo organo a formarsi nelle primissime settimane prenatali. Un cuore semplice, che ama e basta.

Che vuole l’altro accanto, che ha sempre un posto accanto per l’altro, per gli altri esseri. Da soli non ci bastiamo per vivere, e possiamo scegliere come vivere ciò in cui siamo.

Il nostro viaggio più avventuroso oggi, meravigliosamente umano, al nostro individuale passo e ritmo, resta quello dalla mente al cuore. La vita ci sprona e ci guida perché capire con la mente non basta. Dal cuore parte tutto e al cuore bisogna che torni, nessuna separatezza.

“L’acqua è insegnata dalla sete

la terra dagli oceani traversati

la gioia dal dolore

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l’amore da un’impronta di memoria

gli uccelli dalla neve

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