L’elefante incatenato

a cura di Rita Vitrano.

Cari soci e amici Agape, eccoci nuovamente a rinnovare il dialogo con voi attraverso i canali online.
Sono tanti gli argomenti su cui avrei voluto proporre una riflessione insieme a voi. Poi ho considerato che si scrive e si parla, per fortuna, già tanto. Ho attinto allora al mio amore per i racconti, perché offrono sempre fantasie, sensazioni che travalicano il fascino delle cose pensate con la mente. Le fiabe sono il mondo incantato che continua a farci crescere dall’infanzia a qualsiasi età.
Abbiamo molto bisogno di farci trasportare dall’immaginario, dalla forza della metafora, da linguaggi in cui le parole sono solo tocchi leggeri dall’anima, per ricucire la nostra storia.
Certa che il tema portato da questo brano di Bucay riguardi intimamente almeno una parte in ciascuno di noi, vi lascio la profonda leggerezza e le figure di questo racconto nel silenzio, senza interpretazioni o commenti di cui davvero non sento necessità…

L’elefante incatenato
Racconto di Jorge Bucay
“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune…
Ma dopo il suo numero, e fino a un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato a un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: <Se è ammaestrato, perché lo incatenano?>
Non ricordo di aver ricevuto alcuna risposta coerente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto, e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.
Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo, e così il giorno dopo e quello dopo ancora… Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò lì impotenza rassegnandosi al proprio destino.
L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare.
Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.
E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.
E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…”

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