CHI STIAMO DIVENTANDO NELL’ERA LIQUIDA DELLA GLOBALIZZAZIONE?

Quello dei confini è fra i temi fondamentali nella nostra esistenza, ciò che li segna e ciò che vi scorre è la nostra stessa capacità di stare al mondo.

È attraverso di essi che stiamo in relazione. Per quanto sia in assoluto la nostra prima esperienza dal concepimento in poi, è così continuamente portatrice di cambiamenti e trasversale in ogni manifestazione, che non diventa mai compiuta e conosciuta, neanche, sarei portata a pensare, al momento della nostra fine come individui nella terra.

Sono i confini che ci portano a chiederci chi siamo, dove e con chi; è la nostra anima costretta a ritrovarsi in essi.

Il filosofo Bauman, coniatore dell’espressione Modernità liquida, ha posto molte riflessioni correlate ai profondi cambiamenti della nostra attualità sociale; ci riguardano sia socialmente sia individualmente in questa era di internet, in cui la tecnologia soprattutto rende tangibile il sovvertimento di ogni definizione e regola, il superamento di limiti divenuti insufficienti, che trovano una falsa risposta nel falso mito di quella globalizzazione che sta “consumando” noi.

Anche a me la parola confini evoca subito un senso di vastità e allo stesso tempo un bisogno di oltrepassare ciò che li segna, almeno dentro di me. Credo sia un’urgenza a misurarmi con la mia limitatezza cercando nuovi scorci da cui scoprire un orizzonte più grande. Il desiderio di avvicinarmi a quell’infinito che forse noi esseri umani possiamo contenere solo nella più piccola delle nostre cellule originarie. Un “viaggio di ritorno” che ci fa ritrovare sconfinanti nel futuro. Quella cellula d’Acqua da cui veniamo, continua a essere conduttrice in noi delle più svariate emozioni, di calore, di un perenne movimento che la fragile ma resiliente struttura biologica delle nostre ossa, di pelle e terra contengono non senza porosità.

Il corpo ci limita, ma i confini della nostra mente, dell’immaginazione e degli spazi psichici ci contornano come un magico permeabile elastico che ogni giorno può tendersi ancora e ancora, incontrando l’ambiente, la diversità, lo sconosciuto.

Allora, la parola confine mi porta ad altre: “appartenenza”, e quindi “mio”. Quell’acqua che ci conduce verso il fuori e quindi all’Altro, può diventare legame o barriera, può aiutarmi oppure mettermi in pericolo, e mi chiedo se non sia proprio quel senso del “mio”, che trasforma l’appartenenza in possesso, a creare quella differenza.

Quelle estremità che ci permettono di stare nel nostro posto, di radicarci, di sentire il legame con la cultura da cui siamo nati, di assumerci un ruolo esistenziale anche a livello sociale, e anche di toccarci, ha bisogno di territorialità, di regole e di leggi laddove l’etica fallisce, destinata alle prove dell’errore umano… ma davvero possiamo convincerci che un mare possa essere nostro? che possiamo esorcizzare la paura della nostra finitezza prevaricando la vita di chi è già in pericolo, o decidendo chi o da quale punto di coordinate geografiche salvare altre vite o rinnegare quella fratellanza naturale?

Come si pone in relazione un terrorista? privo della liquidità del dubbio com’è, granitico nel sentirsi detentore di una verità chiusa e morta nella sua immobilità, così drasticamente priva di senso del divenire che la sua stessa vita non vale più niente, che il suo futuro è delegato alla trasformazione creata dall’autoesplosione del proprio corpo e di quelli di tante altre persone, considerate solo errori da cui purificare il mondo.

Gli animali lottano per il territorio perché preservano la specie, uccidono per nutrirsi, riconoscono il potere nel branco solo come funzionale e transitorio; noi abbiamo sconfinato il bisogno delle sopravvivenza e molte limitatezze bio-sociali da millenni, il nostro divenire ha allargato le coscienze, siamo sempre più vicini a forme d’intelligenza estremamente sofisticate a confronto delle loro: allora perché a noi manca quella fiducia di poter creare risposte infinitamente creative ai bisogni della vita di tutti?

Probabilmente ogni generazione, soprattutto dalla rivoluzione industriale in poi, ha a un certo punto pensato che il suo mondo stesse cambiando, e ora che tocca alla mia mi sento preoccupata e impreparata, persino nel cosa pensare, mi chiedo cosa sia bene lasciar andare per progredire o se venga solo perduto un sano senso di umiltà nei confronti della vita stessa, parola che colloco fra i valori positivi, non fra i limiti umani. Mi chiedo se sapremo proteggere la libertà dell’avanzare verso una coscienza più evoluta rispettando l’ecosistema e qualsiasi vita che ci sta dentro; quella libertà in cui l’espressione dell’individuo va a manifestarsi nella realtà collettiva, per dare respiro, non per toglierlo.

Andare incontro a ciò che ciascuno essenzialmente è come persona, resta per me la strada maestra verso nuove frontiere, e questo porta con sé la necessità di relazioni più aperte, e in questo senso liquide, per ritrovare se stessi proprio in mezzo alla diversità, connessi a un reale bene sociale. Forse è questa la sfida evolutiva a cui già molti di noi siamo, magari inconsapevolmente, pronti?

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